Mostra: WARCHITECTURE Urbicide Sarajevo
26 novembre - 17 dicembre 1994
Testimonianze fotografiche della distruzione di Sarajevo
La mostra ha voluto documentare, in modo obiettivo e senza pietismi, le distruzioni avvenute nella città di Sarajevo da quando la guerra è scesa nelle sue strade, denunciando in questo modo il tentativo da parte dei belligeranti di annientare il patrimonio storico-culturale di un popolo.
Il materiale, essenzialmente fotografico, è stato raccolto in quattro gruppi corrispondenti ad altrettanti periodi storici: periodo mussulmano, austroungarico, dal 1918 al 1945 e dal 1945 ad oggi.
L’esposizione non è stata solamente una denuncia ma piuttosto l’occasione per incontrare gli architetti jugoslavi che hanno seguito la mostra nell’intento di contattare enti pubblici e privati che avrebbero potuto aiutarli, alla fine del conflitto, nella ricostruzione della città.
Iniziativa del progetto: Association of Architects DAS-SABIH Sarajevo
Curatori: Midhat Cesovic, Borislav Curic, Nazif Hasanbegovic, Darko Sefic,
Sabahudein Spilja.
Promotori e coordinatori dell’edizione milanese: Opos, Tamara Molinari, Luco Molinari, Giampiero Bosoni.
Inaugurazione 25 novembre 1994
Partecipano: Prof. Giovanni Curatola orientalista, Giancarlo De Carlo architetto, Maurice Cerasi architetto, Giovanni Vragnaz architetto, Gabriele Basilico architetto e fotografo
Coordinamento: Luca Molinari
Dal foglio di sala
“Chi passa la notte nel letto a Sarajevo, può udire le voci della sua oscurità.
Pesantemente e inesorabilmente batte l’ora sulla cattedrale cattolica: due dopo la mezzanotte. Passa più di un minuto (esattamente, ho contato, settantacinque secondi) e solo allora si annuncia, con un suono più debole, ma acuto, l’orologio della chiesa ortodossa che batte anch’esso le sue due ore. Poco dopo si avverte con suono rauco e lontano la Torre dell’orologio della Moschea del Bey, che batte le undici, undici ore degli spiriti turchi, in base a uno strano calcolo di mondi lontani e stranieri. Gli ebrei non hanno un loro orologio che batte le ore, il Dio malvagio è l’unico a sapere che ore sono in quel momento da loro, quante in base al calcolo sefardita, quante secondo il calcolo degli ashkenazi. Così anche di notte, mentre tutto dorme, nel conto delle ore vuote del tempo, veglia la differenza che divide
questa gente assopita, che dà, desta, gioisce e soffre, che si nutre o digiuna in base ai quattro diversi calendari, ostili fra loro e che rivolge tutte le sue preghiere allo stesso cielo in quattro diverse lingue ecclesiali. E questa differenza, talvolta visibilmente e apertamente, talvolta in maniera sotterranea e subdola è sempre simile all’odio, col quale spesso si identifica”
Questo scriveva Ivo Andric, Nobel per la letteratura, nel 1920. Questo è il brano della lettera che un amico invia allo scrittore, spiegando le ragioni della sua fuga dalla Bosnia. “Si, la Bosnia è la terra dell’odio”. E allora?
Accettare un dato di fatto “genetico” come a dire che l’Italia è il paese del trasformismo, che la Russia è il paese della passività e che l’America quello dell’aggressività? No.
Gli architetti serbo-bosniaci che hanno lavorato a questa iniziativa, hanno operato nella fame e nel freddo, impossibilitati a comunicare con l’esterno; si sono messi in cammino per mezza Europa, chiedendo ospitalità per le loro immagini, dolorosissime quanto caste. Questi edifici fumanti, questi buchi neri sulle facciate e sui tetti, pur nella povertà dell’immagine fotografica, testimoniano l’orrore, il silenzio pesante che segue un bombardamento, l’estremo sfregio a cui può arrivare l’essere umano: distruggere la sua storia.
Per riannodare, invece, i fili della storia, per ri-costruire: è il senso di questa piccola iniziativa, che noi, qui e adesso possiamo fare.
Serata d’incontro
1 dicembre 1994
serata di dibattito: “Sarajevo tra ricostruzione dello spazio fisico e ricostruzione dell’anima violata”