A.R.S.M.D.V. - assemblaggio del residuo standard del mercato della distribuzione veloce - Massimo Varetto

15 gennaio - 7 febbraio 1998

Massimo Varetto, nato a Padova nel 1963, è un architetto.

Dal 1990 si interessa di design e, a partire dal 1993, è stato selezionato per quattro edizioni dell’annuale esposizione OPOS design under 35, presentando opere che hanno sempre suscitato grande interesse.
I suoi prototipi, realizzati con uno stile estremamente personale, rappresentano il punto d’incontro tra arte e prodotto. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua poetica progettuale, che lui stesso definisce “Assemblaggio del residuo standard del mercato della distribuzione veloce”. Ci ha risposto così:
“Mi affascinano tutti quei componenti meccanici come bulloni, viti, barre filettate, profilati in alluminio di diverse sezioni, rivetti, molle… Sono elementi che permettono di ottenere forme precise, con un controllo e una flessibilità che altri strumenti—come chiodi, colle e saldature—non garantiscono e che, infatti, non amo utilizzare.
Non resisto, poi, quando vedo nei supermercati o nei negozi di casalinghi quegli oggetti che incarnano la ‘miseria del consumismo moderno’: bacinelle, imbuti, terrine, scolapasta in plastica dai colori improbabili. Per non parlare delle confezioni dei prodotti alimentari, spesso veri e propri capolavori del flash attrattivo.
Sono questi i luoghi che mi forniscono la mia componentistica abituale: la ferramenta e il supermercato.
Quando progetto una lampada, non la considero mai un pezzo unico o un’opera d’arte. Mi piace pensarla come qualcosa di facilmente riproducibile, perché composta da elementi standard, di uso quotidiano. Eppure, mi rendo conto sempre di più che questi componenti del consumismo sono, in realtà, sempre meno standardizzati.
Il cambiamento nella componentistica del ‘design da supermercato’ è sempre più rapido: segue le stagioni, a volte persino le settimane.
Lo schermo della lampada Enjoy, realizzato con strisce di lattine, cambia ogni volta: anche utilizzando la stessa marca di bibita, le confezioni variano continuamente per l’inserimento di nuovi simboli, loghi o colori. I bigodini in plastica dura di Pop 95 sono diventati introvabili, sostituiti da nuovi strumenti per lo styling dei capelli. Il bicchiere semplice e liscio di Distributore è stato rimpiazzato da modelli più elaborati e decorati.
Quelli che sembrano oggetti comuni, in realtà, sono già residui di un passato recente. I veri standard, gli oggetti del quotidiano, sono ormai altri: perché, cercando stampini da spiaggia per bambini, trovo solo caffettiere e bollitori superdisegnati? Perché gli spazzolini da denti sono firmati da grandi designer?
Mi sento come un serpente che si morde la coda. Scarto il chiodo a favore del bullone, ma non creo oggetti realmente smontabili. Cerco uno standard nel commercio, ma scopro che è sempre più variabile.
Mi commuovono gli oggetti umili e anonimi che incontro solo per un attimo e poi non ritrovo più. Nella loro fugacità, li ricordo come esclusivi, quasi snob.
Non faccio né design né arte. Le mie creazioni hanno poca funzione e quasi nessuno sviluppo. Il mio è un lavoro di soccorso e assistenza per piccoli prodotti al limite della sopravvivenza: cerco di dare nuova energia agli oggetti deboli che trovo, accostandoli ad altri.”

Massimo Varetto, giugno 1997